L'italianizzazione dell'Alto Adige e la questione delle opzioni

L'italianizzazione dell'Alto Adige, la questione delle opzioni e tutto il processo per la costituzione della provincia autonoma appassiona e divide ancora oggi la storiografia dei paesi interessati.

Il termine  Südtirol , Sudtirolo, tirolese continuano a essere preferiti dagli abitanti di madrelingua tedesca a quelli di Alto Adige e altoatesino, che rievocano per molti un lungo periodo di soprusi e diritti violati: la divisione dopo la prima guerra mondiale della regione storica del Tirolo in una parte meridionale italiana (l'attuale provincia autonoma di Bolzano).


Il passaggio del Tirolo meridionale all'Italia, in seguito al trattato di Saint-Germain (1919), fu perciò uno shock: si procedeva così alla spartizione di una regione che oltre a costituire un'entità linguistica e culturale ben definita, aveva mantenuto per otto secoli una sostanziale unità politica. 

 

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ITALIANIZZAZIONE FORZATA

Durante il regime fascista il Sudtirolo fu sottoposto a una dura politica, promossa dal nazionalista roveretano Ettore Tolomei, mirante ad assimilare a forza il gruppo di lingua tedesca e a modificare l'assetto sociale del territorio con una massiccia immigrazione.

Venne proibito l'uso della lingua tedesca negli uffici statali e nelle scuole; funzionari e insegnanti nativi dell'Alto Adige, come ora veniva chiamato il Sudtirolo, furono sostituiti da italiani di altre regioni; la nuova toponomastica prevedeva solo diciture in italiano e persino i cognomi vennero italianizzati. 

 

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Scuola, giornali ed istituzioni culturali tedesche vennero travolte dalle misure del regime, costrette alla clandestinità nelle Stuben dei masi o salvate almeno formalmente dallo stretto legame con le istituzioni cattoliche, assurte a tutrici del carattere tirolese della popolazione.

 

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A Bolzano si creò una zona industriale provvedendo all'insediamento di migliaia di famiglie italiane e proibendo contemporaneamente l'assunzione di lavoratori di lingua tedesca.

L'italianizzazione aveva assunto per la popolazione locale forme umilianti che insidiavano la sua stessa esistenza.

 

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polizia

Se andate a Bolzano sono ancora presenti il famoso fregio di Mussolini, in Piazza del Tribulane, e il Monumento della Vittoria, testimonianze del periodo fascista in Alto Adige. 

 

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LE OPZIONI

Mussolini ottenne da Hitler l'intangibilità della frontiera del Brennero e nel 1939 configurò il sistema delle cosiddette 'opzioni': gli altoatesini di lingua tedesca si trovarono a dover scegliere tra cittadinanza del Reich, espatriando, e quella italiana restando, ma rinunciando alle proprie radici linguistiche e culturali. La maggioranza decise per il trasferimento, che tuttavia si realizzò solo in parte per lo scoppio della seconda guerra mondiale. 

 

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Nel 1945 si tornò a sperare nel ripristino dell'unità tirolese e una raccolta di firme a favore dell'annessione all'Austria registrò il consenso di oltre 158000 sudtirolesi. Le potenze vincitrici assecondarono però l'Italia confermando il confine del Brennero, salvo l'ingiunzione di provvedere alla tutela della popolazione di lingua tedesca. Col trattato di Parigi firmato nel 1946 dal capo del governo italiano Alcide De Gasperi e del ministro degli esteri austriaco Karl Gruber, l'Italia riconosceva la completa uguaglianza di diritti tra cittadini, si impegnava a rispettare e garantire l'uso del tedesco nelle scuole e negli uffici pubblici, nonché a riconoscere all'Alto Adige la più ampia libertà amministrativa.

 

VIA DA TRENTO

Ma anche dopo la fine del fascismo la politica di Roma non cambiò molto. Le garanzie per la provincia di Bolzano, messe per iscritto nell'accordo di Parigi, furono quasi completamente ignorate dal governo italiano. Di fatto le sorti del territorio venivano decise a Trento da alcuni delegati.

Ecco quindi che, il 17 novembre 1957, il futuro presidente della giunta provinciale dell'Alto Adige, Silvius Magnago, riassunse in uno slogan di facile presa la rivendicazione di libertà da parte dei sudtirolesi: “Via da Trento!”. Magnago parlò davanti a circa 35.000 persone da una tribuna decorata con un’aquila rossa, emblema del Tirolo.

 

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NOTTE DEI FUOCHI

Contemporaneamente saliva la tensione, che esplose in una serie di attentati nella notte tra l'11 e il 12 giugno 1961 (la notte dei fuochi, da non confondere con i fuochi del Sacro Cuore di Andreas Hofer): vennero fatti saltare oltre 40 elettrodotti in diversi punti della regione, segnando l'inizio di una 'guerra dei tralicci' che si sarebbe protratta per anni. L'appello dell'Onu e il pericolo, segnalato dagli attentati, che la situazione sfuggisse di mano, indussero a una svolta. 

 

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Nel settembre 1961 fu istituita dal governo italiano una Commissione di Studio per i problemi dell'Alto Adige, detta poi “dei 19 “ in riferimento alla sua composizione (11 italiani ,7 sudtirolesi, 1 ladino).

Nel 1964 la commissione terminò i lavori con una relazione nella quale era prevista l'adozione di ben 110 provvedimenti, base del  pacchetto di misure presentate nel 1966. Finalmente nel 1972, si arrivò all'istituzione delle due province autonome di Trento e Bolzano. 

 

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Il 30 gennaio 1992 il governo italiano approvò le ultime misure che consentirono al governo austriaco di rilasciare la cosiddetta “quietanza liberatoria”, ovvero di dichiarare chiusa la vertenza aperta all'Onu oltre trent'anni prima. 

 

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